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Siglato al Ministero del Lavoro l’accordo tra Seat PG e sindacati

Passa attraverso una nuova e più incisiva offerta di prodotti e servizi e il miglioramento dell’efficienza il rilancio dell’Azienda

Le assemblee dei dipendenti hanno ratificato l’accordo siglato al Ministero del Lavoro, nei giorni scorsi, fra Seat PG S.p.A. e le Organizzazioni Sindacali Nazionali di categoria e le Rappresentanze Sindacali Aziendali. L’accordo prevede un processo di riorganizzazione che facilita il piano di rilancio dell’azienda.

Il piano prevede, assieme ad una nuova e più incisiva offerta di prodotti e servizi, interventi organizzativi volti a favorire l’evoluzione dell’Azienda verso una maggiore integrazione e connotazione multimediale della propria offerta, nonché a migliorarne l’efficienza.

L’essere pervenuti alla stipula di un accordo sulla base di un confronto serio ed approfondito tra Rappresentanze sindacali e Azienda evidenzia come, pur nelle comprensibili difficoltà, il dialogo si è sviluppato, nel rispetto della distinzione dei rispettivi ruoli e responsabilità, all’insegna della ricerca delle soluzioni più idonee per le esigenze dei lavoratori e per consentire all’Azienda di proseguire nel piano di rilancio avviato.

Particolare valore assume, nel presente contesto economico e sociale, il fatto che i cambiamenti previsti nei processi aziendali di Seat PG verranno gestiti mediante strumenti non traumatici, attraverso il ricorso alla CIGS per un numero complessivo di 300 risorse ed in tale contesto , per quanti ne hanno i requisiti, attraverso un piano di prepensionamento

Il risultato di oggi è una ulteriore dimostrazione delle potenzialità di Seat PG per riprendere, non appena le condizioni di mercato lo consentiranno, un percorso di crescita fondato su una nuova e più incisiva offerta di prodotti e servizi in risposta alle nuove esigenze dei nostri clienti.

Precarietà per molti, welfare privilegio di pochi

Resta ampia, anche dopo i provvedimenti del Governo, la platea degli “esclusi”: il punto nel volume “Flex-insecurity”, di Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi.

Continuità dell’impiego, salari adeguati, stato sociale. Tre “argini” importantissimi per contenere il fenomeno della precarietà, crollati i quali non resta che constatare quanti e chi siano, oramai, i precari in Italia, proponendo riforme precise per “aggredire” il fenomeno su tutti e tre i fronti, appunto, carriere, salari e welfare.

Questo il tema di “Flex-insecurity”, un libro edito da Il Mulino (per la collana Studi e Ricerche) e curato da Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi. Il volume pone in primo piano – già nel sottotitolo – una domanda chiave: perché in Italia la flessibilità diventa precarietà ? Per il modo – questa la tesi degli autori – in cui la flessibilità stessa è stata introdotta. E le cose, con la crisi economica, rischiano di peggiorare ulteriormente, portando a una “deflagrazione del fenomeno”. Non solo: accanto a lavoratori atipici niente affatto precari, sono sempre di più i lavoratori a tempo pieno e indeterminato che, dal punto di vista sostanziale, possono essere definiti come precari.

Qualche numero: in Italia, notano gli autori, a non avere accesso ad alcuna forma strutturata di sostegno al reddito in caso di perdita del posto di lavoro erano la totalità dei parasubordinati, la gran parte dei lavoratori a termine e – questo il dato meno discusso – oltre il 10 per cento degli stessi lavoratori a tempo indeterminato. In pratica almeno 3,2 milioni di lavoratori, oggetto di recenti interventi da parte dell’esecutivo (una tantum per apprendisti e atipici, estensione della cassa integrazione in deroga).


È sufficiente? No, secondo gli autori, per i quali gli interventi in campo sono ancora poca cosa rispetto alla riforma complessiva della materia che l’introduzione della flessibilità “avrebbe richiesto”. Ancora ampia, infatti, anche alla luce delle norme introdotte, risulta la platea degli esclusi: tra il milione e mezzo e i 2 milioni di lavoratori, a seconda degli scenari considerati e in funzione del diverso contributo che potrà derivare dagli accordi con le regioni. Anche chi ha diritto alle varie una tantum e indennità “in deroga”, vedrà peraltro esaurirsi queste risorse molto presto, mentre la crisi occupazionale – avvertono gli autori – non si annuncia breve, con il risultato che da qui a pochi mesi la platea di lavoratori totalmente “privi di reddito” potrà diventare imponente, “quando anche i lavoratori che riescono ad accedervi esauriranno il diritto alle prestazioni”.

Diverse le concrete proposte di riforma suggerite dagli autori, dalla contribuzione unica al salario minimo, dall’indennità di terminazione alla tanto decantata quanto urgente (e ancora, a loro avviso, inattuata) riforma complessiva degli ammortizzatori sociali. L’obiettivo? Trasformare gli ammortizzatori sociali da privilegio di pochi a diritto di tutti, tramite una reale “flexicurity”, un neologismo di moda in Europa, da qualche anno, che consiste nel coniugare flessibilità e sicurezza tramite strategie politiche adeguate. Un concetto ambizioso che per il momento, in Italia, non trova riscontro nella realtà.

Fabio Berton è ricercatore presso il LABORatorio Revelli del Collegio Carlo Alberto di Torino e assegnista di ricerca in Statistica economica nel Dipartimento di Politiche pubbliche e Scelte collettive dell’Università del Piemonte orientale. Matteo Richiardi è ricercatore in Economia politica nell’Università Politecnica delle Marche e responsabile dell’Unità di microsimulazione del LABORatorio Revelli del Collegio Carlo Alberto di Torino. Stefano Sacchi è ricercatore in Scienze politiche all’Università di Milano e Acting director dell’Unità di ricerca sulla governance europea (U.r.g.e.) del Collegio Carlo Alberto di Torino.


REGIONI IN CONFLITTO PER I FONDI EUROPEI

Articolo di Paolo Manasse di www.lavoce.info

Le regioni contribuiranno a costruire una rete di protezione per i disoccupati privi di ammortizzatori sociali. Utilizzando le loro dotazioni del Fondo Sociale Europeo. Ma le regioni del Sud – più povere – dispongono di una quota del Fondo superiore a quelle del Centro-Nord, mentre queste ultime hanno più disoccupati. Trasferire i fondi dal Sud al Centro-Nord? Sarebbe possibile, ma il Governo ha scelto una strada diversa, che lascia inutilizzata per questo scopo una parte delle risorse europee e accolla un onere allo Stato.

Il 12 febbraio Governo e Regioni hanno siglato un accordo con il quale si impegnano a co-finanziare, per 8 miliardi di euro, i cosiddetti ammortizzatori in deroga, la rete di protezione contro la disoccupazione per i lavoratori che ne sono sprovvisti (quasi uno su due nel settore privato). L’intesa stabilisce che le Regioni contribuiscano con le rispettive dotazioni del Fondo Sociale Europeo (FSE) per 2650 milioni, e lo Stato si accolli i rimanenti 5350. Le Regioni rimarranno titolari dei fondi europei (tradotto: ciascuna pagherà per i propri precari), e lo Stato aumenterà la propria quota nel caso le risorse non siano sufficienti.
Purtroppo, la strada prescelta di attingere al FSE porterà inevitabilmente il governo ad un bivio: gestire un conflitto redistributivo tra regioni del Centro-Nord e quelle del Sud, oppure gravare il bilancio pubblico più di quanto preventivato. La ragione è semplice: per utilizzare in pieno i fondi europei per gli ammortizzatori sarebbe necessario trasferire considerevoli risorse (circa 725 milioni di euro) dalle regioni più povere (ma meno colpite dalla crisi) del Sud a quelle più ricche (e più colpite dalla crisi) del Centro-Nord. In assenza di un accordo in tal senso, a pagare sarà lo Stato (il contribuente italiano) e non l’Europa. Vediamo perché.

AL CENTRO-NORD PIÙ PRECARI DISOCCUPATI

Il FSE finanzia investimenti per la formazione e l’inserimento nel mercato del lavoro, e prevede due principali linee di intervento: quella avente l’obiettivo convergenza che riguarda le regioni povere (il cui PIL procapite è inferiore al 75% della media EU-25, in rosso nella figura sotto) e quelli con obiettivo competitività, per le regioni ricche (in blu). Com’è ragionevole aspettarsi, le regioni del Sud hanno una quota FSE per il 2007-13 maggiore (il 50%) di quelle del Centro (20%) e del Nord (30%.).(1) Il punto è che i precari che perderanno il posto si trovano soprattutto al Centro-Nord! E questo per diverse ragioni, tra le quali:

Circa il 50% degli occupati si trova al Nord, contro il 20% al Centro ed il 30% al Sud (vedi Tavola A.15 in basso); in particolare si concentra al Nord l’occupazione nell’industria e nei servizi, i settori dove la crisi colpisce di più (vedi auto e beni durevoli), nonché l’occupazione femminile.

Al Nord sono concentrati i lavoratori temporanei (il 42% contro il 20% al Centro ed il 37% al Sud (vedi Tabella A.17.1) e quelli a tempo parziale (54%, 22% e 24% rispettivamente, Tabella A.17.2.)

Al Sud il precariato assume molto spesso la forma di lavoro non regolare, il lavoro sommerso (vedi Tabella A.1 relativa al 2003), che, in quanto tale, esula da ogni forma possibile di protezione.

COME SI DIVIDONO LE RISORSE

Sulla base di questi dati è ragionevole pensare che il fabbisogno di risorse per gli ammortizzatori sarà così distribuito tra le aree del paese: 46% al Nord, 23% al Sud e 31% al Centro.(2) Dunque, se fosse possibile utilizzare tutte le risorse (8miliardi) solo sulla base di queste necessità, e cioè senza il vincolo di destinazione regionale, le regioni del Nord riceverebbero circa 3,7 miliardi quelle del Centro 2,5 e quelle dei Sud 1,8 miliardi. Con il vincolo di destinazione, invece, al Nord andranno solamente 3,3 miliardi circa(3), alle regioni del Centro 2,2 e al Sud 2,6 miliardi. Insomma, Centro e Nord otterranno rispettivamente 296 e 429 milioni meno del loro fabbisogno, e quelle del Sud avranno un avanzo di 725 milioni circa. Saranno disposte a finanziare i precari del Centro-Nord?
Per evitare un conflitto tra le regioni, l’intesa prevede che il deficit del Centro-Nord ricada sullo Stato, anziché sulle regioni meridionali. Ma in questo modo oltre il 27% del FSE non verrà utilizzato! Eppure sarebbe stato possibile impiegare pienamente tutte le risorse europee, senza esigere che le regioni povere cedessero in via definitiva i propri fondi a quelle ricche: quando le dotazioni non coincidono con i bisogni, (quasi) tutti sanno che lo scambio intertemporale migliora il benessere. Sarebbe bastato stabilire che le regioni in difetto di fondi (quelle Centro-Settentrionali) potessero contrarre un prestito, garantito dallo Stato, con le regioni con eccesso di fondi (quelle meridionali), da restituire – diciamo – tra due anni, e magari usando come collaterale il prossimo stanziamento europeo.

(1) Queste percentuali si ottengono sommando agli stanziamenti contenuti nel piano 2007-13: le quote dei piani nazionali, per semplicità sono attribuite in parti eguali alle regioni.
(2) Questo significa ritenere che la crisi colpirà le diverse aree del paese in questo modo: per 1 precario che perde il posto al Sud ce ne sarà circa 1,5 al Centro e 2 al Nord.
(3) Per i dettagli del conto si veda il mio blog, http://paolomanasse.blogspot.com


Il presidente Roberto Formigoni:”Tavolo per interventi speciali sul lavoro”

Un tavolo istituzionale voluto da Regione Lombardia cui saranno chiamati a partecipare il mondo imprenditoriale, i sindacati e tutti i soggetti del Patto per lo Sviluppo che abbia la finalità di individuare e condividere regole nuove, interventi speciali da attuare per il sistema lombardo del lavoro, anche alla luce della disponibilità delle risorse per gli ammortizzatori sociali.

Lo ha annunciato oggi il presidente di Regione Lombardia, Roberto Formigoni, intervenendo al convegno “Una crisi da risolvere. Idee, proposte, scelte“, organizzato dalla Cisl della Lombardia.

“Di fronte a questa crisi – ha sottolineato Formigoni – è necessario uno sforzo comune tra mondo della finanza, dell’economia, della politica, dell’impresa e delle organizzazioni sindacali, perché è il sistema nel suo complesso a doversi rimettere in discussione”.

“Ho chiesto al segretario regionale della Cisl Gigi Petteni – ha proseguito Formigoni – di suggerire proposte, idee e progetti che vadano in questa direzione”.

Formigoni ha portato l’esempio delle acciaierie di Brescia, dove i lavoratori vanno a lavorare di notte e nel week end sulla base di un accordo con gli imprenditori, che risparmiano moltissimo sul costo dell’energia elettrica e consentono così ai lavoratori di mantenere il proprio posto di lavoro. In merito all’Accordo sottoscritto tra Governo e Regioni sul sistema degli ammortizzatori in deroga, che ha stanziato complessivamente 8 miliardi di euro per aiutare i lavoratori colpiti dalla crisi, Formigoni ha evidenziato che “si tratta di una nuova, importante pagina nei rapporti tra Stato e Regioni. È la prima volta che si stipula un’intesa che comporta una gestione coordinata di risorse e progetti fra i diversi livelli istituzionali su un tema così complesso e dimostra la maturità dei rapporti tra le Regioni e lo Stato. Attraverso questo Accordo, si è scelta con chiarezza la strada dell’integrazione: integrazione tra fondi diversi (regionali, nazionali ed europei) e integrazione tra politiche passive ed attive al lavoro”.

Sulla base dell’Accordo, gli ammortizzatori sociali come aiuto dal punto di vista del reddito, si integreranno con percorsi di ritorno al lavoro per i lavoratori a rischio espulsione dal sistema produttivo, accompagnando le persone e migliorando il livello qualitativo delle risorse umane.

“E’ la conferma della positività del modello lombardo – ha ricordato Formigoni – visto che ci siamo impegnati a investire in questo modo tutte le risorse del Fondo Sociale Europeo per i prossimi due anni: parliamo di 400 milioni di euro che andranno a sostenere l’avvio di percorsi di formazione e di inserimento lavorativo, e che si uniranno alle risorse nazionali per sostenere il reddito dei lavoratori in difficoltà. 137 milioni sono già stati impegnati con una particolare attenzione a quei lavoratori che hanno meno garanzie, come i precari o gli apprendisti”.

Formigoni ha anche richiamato i problemi e le opportunità più immediate che la società lombarda si trova a dovere affrontare: la vicenda degli scali di Linate e Malpensa ed Expo 2015. Parlando degli aeroporti, Formigoni ha ribadito che “non è pensabile che una regione in cui si concentra il 52% degli investimenti stranieri non abbia uno scalo con importanti collegamenti nazionali e internazionali”, mentre sull’importante appuntamento di Expo, Formigoni ha ricordato che “è chiaro a tutti noi il tempo che è stato perso e questa consapevolezza deve aumentare il senso di responsabilità. Io non accetto chi parla di ridimensionamento del progetto, perché il progetto non ha alcune necessità di ridimensionamento. Per le infrastrutture abbiamo già assicurato il 92-93% delle risorse necessarie, il miliardo di euro che manca lo troveremo da qui al 2015. Auspico si definiscano gli spazi e le responsabilità di ciascuno e si vada avanti in un’opera fondamentale per Milano, per la Lombardia e per l’Italia”.