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L’industria arranca, resistono i servizi. Scaduti i contratti di 350mila atipici

Un volume di oltre 400 pagine, suddivise in cinque capitoli, per presentare nel dettaglio le trasformazioni che hanno interessato, nel 2008, l’economia e la società italiana. Presentato il 26 maggio scorso a Montecitorio, il Rapporto annuale dell’Istat analizza anzitutto nel dettaglio i riflessi che la crisi internazionale dell’economia sta avendo sul piano nazionale, senza avventurarsi troppo in previsioni (salvo raccogliere i primi segnali di rallentamento della discesa, che fanno pensare a una natura “transitoria” anche di questa crisi, per quanto più grave delle altre).

Restando al 2008, salta all’occhio la contrazione del Pil registrata dall’Italia (meno 1,0%), che aumenta ulteriormente il proprio divario in termini di performance della crescita rispetto agli altri Paesi dell’area euro (dove, nonostante il crollo della seconda parte dell’anno, l’economia si è mantenuta in terreno positivo, chiudendo l’esercizio con un progresso di 0,8 punti percentuali). Più nel dettaglio, a una modesta crescita del primo trimestre (più 0,5%), l’Italia ha messo a segno tre trimestri di seguito con il segno meno (segnando una caduta del Pil di 0,6, 0,8 e 2,1 punti percentuali rispettivamente nel secondo, terzo e quarto trimestre).

A una flessione che in termini tendenziali si prefigura drastica per il 2009 (già oggi siamo a meno 5,9 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), si registra una contrazione dei consumi (meno 0,9% nel 2008), del reddito (meno 0,7%) e degli investimenti (in picchiata del 3%). La bilancia commerciale è peggiorata in modo significativo, anche se a destare maggiore preoccupazione sono le pesanti flessioni di alcuni settori tipici del “Made in Italy” (meno 10,1 i prodotti tessili, meno 5,2 il settore della pelle, meno 4,9 l’industria di trasformazione dei minerali non metalliferi, meno 4,5% i mobili; fino al meno 6,1% del settore auto).

Mentre la produzione industriale si contraeva del 3,3% (molto peggio del resto dell’eurozona, che ha chiuso il 2008 con un meno 1,8), ha segnato il passo anche il settore delle costruzioni, che ha visto nero durante il quarto trimestre (meno 5,9%). Limita i danni il settore del turismo, con una contrazione del 2,8%, con i turisti stranieri (meno 3,8%) che hanno scelto in massa di rinunciare alla vacanza nel Belpaese. I prezzi? Determinati, nella sostanza, dalle oscillazioni del barile di greggio, anche se pure in questo caso in Italia si registrano aumenti maggiori (specialmente nei prezzi al consumo, più 3,3%) rispetto alla media dell’area euro.

L’impennata dei costi delle materie prime – e dell’energia – ha pesato in modo particolare sulle imprese, che si sono viste costrette a ritoccare i prezzi alla produzione (più 5,9% la crescita 2008) e a procedere a pesanti ristrutturazioni anche sotto il profilo dell’occupazione (meno 1,7% per l’industria, con l’impennata del ricorso alla Cassa Integrazione, soprattutto nell’ultima parte dell’anno). Considerando il sistema economico nel suo complesso, l’occupazione si contrae di un modesto 0,1%, con il lavoro dipendente che in termini percentuali mostra un lieve incremento (più 0,5) a fronte di un arretramento del lavoro autonomo (meno 1,7%). A compensare il tracollo dell’industria sono infatti beni e servizi, che anche nel 2008 fanno registrare un progresso di 0,8 punti percentuali.

Restano, e si acuiscono, le differenze territoriali sul fronte occupazione, con il Nord e il Centro che fanno registrare variazioni positive dell’1,2 e dell’1,5% rispettivamente, con il Mezzogiorno invece impegnato a fronteggiare una contrazione di mezzo punto percentuale. Resta la forte crisi dell’industria, che ha messo in ginocchio anche aree del settentrione prima considerate roccaforti del “lavoro sicuro”, nonché un aumento dell’incidenza dei lavoratori stranieri sul totale degli occupati, una quota che nel Centro-Nord ha superato i 9 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione, al 31 dicembre, si portava al 6,7% (7 decimi di punto in più rispetto al 2007), mentre si riduceva ai minimi termini la domanda “attiva” di lavoro, cioè la quota di ricerca attiva di personale da parte degli imprenditori (passata da 1,07 a 0,65% dal primo al quarto trimestre).


In termini storici, il 2008 è il peggiore anno dal 1995, con la crescita degli occupati (più 183mila unità) che è risultata per la prima volta inferiore a quella dei disoccupati (186mila in più).

Scendendo nel dettaglio delle forme contrattuali, gli occupati “standard” (a tempo pieno e indeterminato) nel 2008 erano 18 milioni circa. Quelli a tempo parziale pari a circa 2,6 milioni. Gli atipici (dipendenti a termine, co.co.pro., ecc) pari a 2,8 milioni. In base ai dati della Rilevazione sulle forze lavoro, nota l’Istat, si stima che a fine 2008 siano scaduti i contratti di circa 350mila dipendenti a termine e collaboratori. Il lavoro atipico rappresenta, anche nel 2008, la principale modalità di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Ciononostante, quasi la metà dei lavoratori atipici possiede un’esperienza lavorativa almeno decennale. Inoltre – rileva sempre l’Istat – questo tipo di contratto riguarda sempre più gli occupati adulti, spesso con responsabilità famigliari. Anche la presenza di 100mila lavoratori autonomi senza vincoli di orario, dipendenti propri o sede di lavoro fa intuire un forte ricorso (mascherato) al lavoro para-subordinato. Allo stesso tempo, la forte impennata della disoccupazione di breve durata (che riguarda, non a caso, soprattutto il lavoro “autonomo” o presunto tale), è da addebitarsi al mancato rinnovo dei contratti a termine, e anche all’aumento della quota di ex-occupati nella fascia 35-54 anni.

Il principale motivo della perdita del lavoro, nel 2008, è, in termini assoluti, il mancato rinnovo di un contratto a termine, anche se la perdita del lavoro per licenziamento aumenta in modo significativo, registrando un progresso di 32 punti percentuali. L’Istat stima in 2,5 milioni gli italiani che percepiscono redditi provenienti esclusivamente da occupazioni a termine o collaborazioni (una situazione che pesa in modo particolare sulle coppie con figli, nelle quali si nota un’impennata del numero di famiglie con almeno un componente disoccupato, e una diminuzione di quelle con almeno un occupato). Allo stesso tempo, il mercato del lavoro mostra forti elementi di polarizzazione – in questo caso comune ad altri Paesi occidentali – con una crescente richiesta sia di personale iper-qualificato che di manodopera “pura”.

Un anno positivo, il 2008, sul fronte salariale, grazie al rinnovo di molti contratti collettivi, con le retribuzioni che sono cresciute del 3,3%. Ragionando in termini di reddito pro-capite, le famiglie italiane non stanno molto peggio della media europea. Lasciando da parte la media, si nota però un livello di differenziazione dei redditi molto più elevato del “normale”, con l’Italia che figura tra i Paesi dell’eurozona a più alto tasso di “vulnerabilità economica” (ne soffrono otto famiglie su 100, al nord, dieci su 100 al Centro e una su tre nel Mezzogiorno). Nel complesso, segnalano difficoltà economiche più o meno gravi 2 milioni e mezzo di famiglie, pari al 10,4% del totale.

Malissimo, nel 2008 – conclude il Rapporto Istat – i conti pubblici, con la quota di indebitamento netto che si è portata al 2,7% del Pil (con il rapporto tra debito e Pil che si è portato sopra quota 105): in valore assoluto, il debito italiano si è assestato a quota 1.664 miliardi di euro. In lievissimo calo la pressione fiscale, che è stata portata dai 43,1 punti percentuali del 2007 ai 42,8 dell’anno scorso.

Link al rapporto ISTAT