Lavoro, sviluppo, diritti: come ripensarli in tempo di crisi

La crisi economica, profonda e grave nonostante i tentativi di banalizzazione, sta chiamando tutti a ripensare le categorie di fondo dell’ organizzazione del lavoro, della qualità dello sviluppo, del rapporto tra lavoro e organizzazione della società.

E del vasto tema dei diritti. Con questa considerazione il presidente della Regione Toscana ha aperto i lavori del convegno organizzato oggi a Firenze dalla Filcams Cgil incentrato su tre parole chiave, lavoro, diritti, sviluppo nell’impresa cooperativa e intitolato “Ma la coop sei ancora tu?”. Al convegno, che è stato concluso dal segretario nazionale della Cgil, è intervenuto anche l’assessore regionale al commercio, turismo e cultura.
Occorre da un lato, per il presidente della Regione, rimettere al centro la produzione reale di beni, servizi e risorse, contrastando le rendite di posizione e i privilegi – e nessuno può chiamarsi fuori, neanche la grande distribuzione, un settore in cui vanno trovati nuovi equilibri. La piattaforma delle grandi catene distributive deve integrarsi con quella dei beni “di vicinato”, della qualità e della “unicità”. Ed è proprio la conciliazione tra queste due istanze la filosofia che ha ispirato in Toscana il nuovo regolamento del commercio.
L’attenzione del presidente della Regione si è poi rivolta alla categoria dei diritti, un ambito in cui vengono drammaticamente sottovalutati segnali come quelli lanciati tra gli altri da Amnesty International sul fatto che nei periodi di crisi economica vengono compressi i diritti fondamentali, sociali, umani, del lavoro. In Toscana ci siamo impegnati, ha ricordato il presidente, in una durissima battaglia per una legge, quella sull’immigrazione, che ha fatto scandalo per la sua “normalità”. E’ stato considerato eversivo quello che è il semplice riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone, partendo da un’idea aberrante di sviluppo, e cioè che la guerra tra poveri si eviti con l’esclusione di qualcuno. Il presidente della Regione ha espresso la propria inquietudine per la mancanza di reazioni culturali e ideali forti su questi temi, ma si è detto anche certo che non siamo un paese di pensiero unico, e che ci sia da parte di tanti la volontà di mettere in campo valori come la qualità e la responsabilità su cui costruire una nuova visione e un nuovo modello dell’organizzazione del lavoro e dello sviluppo.


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